La mia prima console

Q uando Carlo Calenda ha detto che in casa sua i videogiochi non entrano perché non vuole figli ebeti, a casa mia stava arrivando la Nintendo Switch, la prima console della vita di mio figlio, e della mia. Avevo fatto finta di partecipare alla decisione d’acquisto, simulando interesse di fronte ai video di comparazione prodotto – meglio la Switch o meglio non mi ricordo cosa? – e a quelli di “unboxing”, ma tanta amorevole finzione mi si è presto rivoltata contro. In famiglia tutti hanno creduto che io fossi consapevole di quel che stava per accadere – una console in casa! – mentre per me si trattava semplicemente di un altro gioco in arrivo, che non avrebbe mai attirato la mia attenzione e non avrebbe mai scalfito, in termini di pensieri dedicati, la superiorità acclarata di ben altri strumenti, primo fra tutti il Dyson, il-phon-delle-meraviglie (seguito, ma con gran distacco, dal Bimby). N on avevo né capito né previsto nulla, ma la presa di posizione di Calenda tanto netta mi aveva turbata, non perché avessi o abbia una qualche opinione sui videogiochi, ma perché, mentre l’eccitazione per la Switch diventava incontenibile, continuavo a chiedermi: come fa? E soprattutto: farà bene?